Alle porte di Praga, la porta dell’Inferno
Un tuffo negli Inferni nel castello di Houska. Siete pronti a immergervi nel mondo del
male? Ad avventurarvi nel buio senza sapere che cosa vi aspetta? A
incontrare creature mefistofeliche? A un soffio dalla capitale vibrante
di vita, un luogo funesto per soli audaci…Se avete abbastanza coraggio (o incoscienza, chi può dirlo?) il vostro tour del mistero in Repubblica Ceca non può prescindere da una tappa ad alta tensione. Il castello di Houska, ad appena un paio di chilometri da Praga,
appare austero dall’alto suo sperone. Qui si dice che si nasconda la
porta dell’inferno. Secondo svariate leggende, un giorno la parete di
roccia si sarebbe aperta con un fragoroso schianto e sarebbero apparsi
il Diavolo in persona, scortato dai suoi perfidi demoni. Non esistono
ovviamente prove al riguardo ma la suggestione è tale che ancora oggi
durante le visite al castello accade che i visitatori provino disagio,
si sentano mancare o siano presi da una sensazione di stordimento.
IL CORAGGIO DI CLELIA
Clelia era una giovane romana che dimostrò il suo coraggio nel periodo in cui Roma era assediata da Porsenna, re degli Etruschi.
Gli Etruschi e i Romani
avevano stipulato la pace ma Porsenna aveva chiesto nove fanciulle in
ostaggio che puntualmente i Romani gli avevano consegnato.
Le fanciulle ben presto scapparono
dall’accampamento etrusco e si diressero verso il Tevere. Poiché non
esisteva più il ponte Sublicio, Clelia, la ragazza che
guidava il gruppo delle fuggitive, invitò le ragazze ad attraversare a
nuoto il fiume. Tutte si gettarono in acqua senza temere il freddo.
Intanto le sentinelle romane le aveva avvistate e, credendo che fossero
dei nemici, diede l’allarme, Condotte davanti ai consoli, furono
rimandate a Porsenna per rispettare i patti.
Porsenna interrogò Clelia che si
era fatta avanti per dichiararsi colpevole di aver istigato le altre
fanciulle a fuggire; ella rispose con fierezza alle domande affermando
anche di non essersi pentita di ciò che aveva fatto e che anzi
l’avrebbe di sicuro rifatto.
Il re restò ammirato dalla fierezza della ragazza e colpito dalla lealtà dei Romani per cui concesse a Clelia di ritornare a Roma e di portare con sé altre cinque ragazze.
La sera stessa sei fanciulle poterono riabbracciare i genitori
IL NUMERO SETTE
-
7 sono gli Dei
accostati ai sette saggi del Pantheon Babilonese, sette sono i
raggi di Bacco, sette quelli del disco solare sulla testa di
Thot.
-
7 le regioni
della terra, sette le razze umane, sette le famiglie di Votan,
sette le grotte degli antenati di Nahuals, sette le città di
Cibola, 7 le isole Antille, sette gli eroi sfuggiti al
Diluvio, sette i Rishi salvati da Vaivasvata, sette i gruppi di
bestie raccolte da Noè.
-
7 i candelieri
nelle sette chiese, dove i sette spiriti di Dio erano i sette
arcangeli nei sette cieli.
-
7 i cancelli di
Shamballa.
-
7 volte Ofione
si arrotolò intorno all'uovo universale depositato dalla Dea di
tutte le cose, Eurinone, creatrice delle
-
7 potenze
planetarie: sole, luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno.
-
7 le corde della
lira di Orfeo, il Forminx.
-
7 i giorni del
Dio settenario di Thot Lunus.
-
Settimo
mistero dell'iniziazione.
-
7 sono gli Dèi
di Abydos, sette le dee Hator che stabiliscono il destino di
ogni neonato.
-
7 le colonne a S
.Maria Trastevere a Roma e 7 le colonne a Lacona,
-
7 le
pagode dei templi Indù.
-
7 i vasi trovati
in Scandinavia, di forma emisferica, rappresentanti il cavallo
del Carro di Apollo.
-
7 gli elementi
con i quali sono stati fabbricati gli Archi dei Sioux e degli
Algenquins.
-
Antichi viaggiatori
arabi parlavano delle Antille, dette "Sabain", nominando l'isola
delle sette città.
-
Rama (Shri
Ramchandra) sarebbe la 7ma incarnazione terrena di origine
celeste del dio Vishnù.
-
7 sono i giri
che il musulmano deve fare, per conquistare il paradiso, intorno
alla Kaaba; ove è sigillata la pietra che l'Arcangelo Gabriele
inviò ad Abramo e Ismaele quando, sulla base dei disegni dati da
Dio, costruirono il Tempio.
-
7 i giri che gli
induisti e buddisti fanno intorno al sacro monte Kailash per
purificarsi dai peccati.
-
7 sono i piani o
mondi divisi in sette sottopiani: il piano fisico, astrale,
mentale, individuale (dell'intuizione) quello dell'anima, il
piano dell'Io cosmico, della volontà, dove risiede il Logos.
Infine il piano della divinità.
Si ricollegano fra l'altro ai mondi delle stanze di Dzyan ove
si menzionano i cieli esoterici. Una leggenda scandinava dice: "C'è un nume nel
mare (...) da questo mare nacquero Snorra e le sue sette isole Vergini (...) io
canto le sette isole della felicità che sono sul mare come le sette Stelle che
sono nel cielo (...) infine canterò Selia regina delle sette isole dai palazzi
incantati e dai mille ponti delicati che si specchiano nelle acque delle lagune
solcate dai cigni, con il loro scivolare immacolato. Selia aureola del Sole". Le saghe Scandinave parlano della dimora di Apollo, Dio del Sole, Luce del Nord,
raffigurato sopra un carro tirato da Cigni, mettendo in evidenza che si tratta
di un Dio Nordico, iperboreo.
LO SPOT MALEDETTO DELLA KLEENEX
Alle porte di Praga, la porta dell’Inferno
Un tuffo negli Inferni nel castello di Houska. Siete pronti a immergervi nel mondo del male? Ad avventurarvi nel buio senza sapere che cosa vi aspetta? A incontrare creature mefistofeliche? A un soffio dalla capitale vibrante di vita, un luogo funesto per soli audaci…Se avete abbastanza coraggio (o incoscienza, chi può dirlo?) il vostro tour del mistero in Repubblica Ceca non può prescindere da una tappa ad alta tensione. Il castello di Houska, ad appena un paio di chilometri da Praga, appare austero dall’alto suo sperone. Qui si dice che si nasconda la porta dell’inferno. Secondo svariate leggende, un giorno la parete di roccia si sarebbe aperta con un fragoroso schianto e sarebbero apparsi il Diavolo in persona, scortato dai suoi perfidi demoni. Non esistono ovviamente prove al riguardo ma la suggestione è tale che ancora oggi durante le visite al castello accade che i visitatori provino disagio, si sentano mancare o siano presi da una sensazione di stordimento.
IL CORAGGIO DI CLELIA

Clelia era una giovane romana che dimostrò il suo coraggio nel periodo in cui Roma era assediata da Porsenna, re degli Etruschi. Gli Etruschi e i Romani avevano stipulato la pace ma Porsenna aveva chiesto nove fanciulle in ostaggio che puntualmente i Romani gli avevano consegnato. Le fanciulle ben presto scapparono dall’accampamento etrusco e si diressero verso il Tevere. Poiché non esisteva più il ponte Sublicio, Clelia, la ragazza che guidava il gruppo delle fuggitive, invitò le ragazze ad attraversare a nuoto il fiume. Tutte si gettarono in acqua senza temere il freddo. Intanto le sentinelle romane le aveva avvistate e, credendo che fossero dei nemici, diede l’allarme, Condotte davanti ai consoli, furono rimandate a Porsenna per rispettare i patti. Porsenna interrogò Clelia che si era fatta avanti per dichiararsi colpevole di aver istigato le altre fanciulle a fuggire; ella rispose con fierezza alle domande affermando anche di non essersi pentita di ciò che aveva fatto e che anzi l’avrebbe di sicuro rifatto. Il re restò ammirato dalla fierezza della ragazza e colpito dalla lealtà dei Romani per cui concesse a Clelia di ritornare a Roma e di portare con sé altre cinque ragazze. La sera stessa sei fanciulle poterono riabbracciare i genitori
IL NUMERO SETTE
-
7 sono gli Dei accostati ai sette saggi del Pantheon Babilonese, sette sono i raggi di Bacco, sette quelli del disco solare sulla testa di Thot.
-
7 le regioni della terra, sette le razze umane, sette le famiglie di Votan, sette le grotte degli antenati di Nahuals, sette le città di Cibola, 7 le isole Antille, sette gli eroi sfuggiti al Diluvio, sette i Rishi salvati da Vaivasvata, sette i gruppi di bestie raccolte da Noè.
-
7 i candelieri nelle sette chiese, dove i sette spiriti di Dio erano i sette arcangeli nei sette cieli.
-
7 i cancelli di Shamballa.
-
7 volte Ofione si arrotolò intorno all'uovo universale depositato dalla Dea di tutte le cose, Eurinone, creatrice delle
-
7 potenze planetarie: sole, luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno.
-
7 le corde della lira di Orfeo, il Forminx.
-
7 i giorni del Dio settenario di Thot Lunus.
-
Settimo mistero dell'iniziazione.
-
7 sono gli Dèi di Abydos, sette le dee Hator che stabiliscono il destino di ogni neonato.
- 7 le colonne a S .Maria Trastevere a Roma e 7 le colonne a Lacona,
- 7 le pagode dei templi Indù.
-
7 i vasi trovati in Scandinavia, di forma emisferica, rappresentanti il cavallo del Carro di Apollo.
-
7 gli elementi con i quali sono stati fabbricati gli Archi dei Sioux e degli Algenquins.
-
Antichi viaggiatori arabi parlavano delle Antille, dette "Sabain", nominando l'isola delle sette città.
-
Rama (Shri Ramchandra) sarebbe la 7ma incarnazione terrena di origine celeste del dio Vishnù.
-
7 sono i giri che il musulmano deve fare, per conquistare il paradiso, intorno alla Kaaba; ove è sigillata la pietra che l'Arcangelo Gabriele inviò ad Abramo e Ismaele quando, sulla base dei disegni dati da Dio, costruirono il Tempio.
-
7 i giri che gli induisti e buddisti fanno intorno al sacro monte Kailash per purificarsi dai peccati.
-
7 sono i piani o mondi divisi in sette sottopiani: il piano fisico, astrale, mentale, individuale (dell'intuizione) quello dell'anima, il piano dell'Io cosmico, della volontà, dove risiede il Logos. Infine il piano della divinità.

![]() |
Keiko Matsuzaka nello spottino oggetto della leggenda urbana |
Nel 1980, la Kleenex,
per pubblicizzare i suoi fazzoletti, mandò in onda tre spot in
Giappone, dove compariva una donna vestita con una toga bianca e un
bambino vestito come un orco giapponese, entrambi seduti sulla paglia. Ogni annuncio aveva la canzone It's a Fine Day di Jane & Barton
in sottofondo. Molti spettatori trovarono lo spot inquietante. Alcuni
denunciarono che secondo loro la musica suonava simile a una vecchia
canzone folk tedesca, le cui parole contenevano una maledizione,
benché il testo della canzone dello spot fosse in inglese. A causa
della sua atmosfera inquietante, molte voci cominciarono a circolare sul
cast, ad esempio che molti degli attori andarono incontro a una morte
prematura a causa di strani incidenti e che la protagonista dello spot, Keiko Matsuzaka, fosse rimasta incinta di un bambino-demone. (Fonte: wikipedia)
LA LEGGENDA DELL'AUTOSTOPPISTA FANTASMA
La serata non era stata delle più elettrizzanti. Il disk jockey dello
Snoopy (In Val Brembana) ce l'aveva messa tutta per tenere alta l'atmosfera, ma la musica, le
luci e gli amici non erano riusciti a dargli la solita carica e così Luca,
superata da un bel po'la mezzanotte, si era deciso di lasciare la compagnia e
tornarsene a casa a smaltire il sonno arretrato, anche perché il pomeriggio del
giorno dopo l'attendeva una impegnativa gara di atletica, in vista della quale
si era preparato ben bene per tutta la settimana. Vuotò il bicchiere di birra, salutò gli amici e uscì all'aperto,
respirando di gusto l'aria fresca e umida della notte. Raggiunse la sua auto
dall'aria inequivocabilmente sportiva, mise in moto e uscì dal parcheggio,
districandosi non senza difficoltà nella selva di veicoli parcheggiati alla
rinfusa. Fu allora che scorse sul margine della strada la figura minuta di una
ragazza che col braccio teso chiedeva un passaggio. Doveva essere uscita da poco dalla discoteca, per quanto il suo
abbigliamento, una giacchetta bianca attillata e una gonnellina blu a pieghe,
lunga fino al ginocchio e di taglio piuttosto antiquato, apparisse poco
intonato con la moda degli abituali frequentatori del locale, decisamente sul
casual e con tonalità in prevalenza scure e poco appariscenti.
Come era sua abitudine, alla vista dell'autostoppista, Luca bloccò
l'automobile, che stridette sulla sabbia del ciglio stradale.
" Vuoi un passaggio?" chiese abbassando il finestrino di
destra.
"Mi porti fino a Zogno?", annuì la ragazza con voce incolore,
aprendo la portiera e accomodandosi sul sedile.
"Ciao, sono Luca" fece lui, ripartendo di gran carriera.
"Cristina", biascicò la ragazza, sistemandosi i capelli con le
mani
"Eri allo Snoopy? Non ti ho notato in tutta la serata".
"Per la verità sono stata seduta in un angolo tutta la serata.
Sempre la stessa musica, monotona e assordante. E poi ho dovuto tenere a bada
un rompiscatole che mi ha importunata fin dall'inizio".
"Hai ragione, la musica che passa qui non è il massimo. Sempre la
solita storia, è per questo che ci vengo di rado. A me piace ben altro".
Così dicendo accese lo stereo e subito l'abitacolo fu inondato dalle note
limpide e cristalline dell'ultimo disco di Vasco Rossi.
The ne dici?", chiese il ragazzo alzando un po' il volume e
canticchiando il motivo sopra la voce roca del cantautore.
"Mai sentita", rispose la ragazza assorta in chissà quali
pensieri.
L'automobile procedeva veloce lungo i tornanti e le strettoie della Val
Serina. Erano quasi arrivati nell'orrido di Bracca e i fanali illuminavano le
alte e nere pareti strapiombanti sulla strada, conferendo alla roccia un
aspetto inquietante.
"Non mi sembra di averti mai vista. Sei di Zogno?" riprese Luca
con la vaga intenzione di imbastire con la ragazza una parvenza di dialogo.
"Non ti ho mai notata nemmeno a scuola. lo sono stato fino all'anno scorso
a Camanghé".
"Anch'io ho frequentato quella scuola per un po', ma adesso manco
dalla valle da parecchio tempo", rispose stancamente la ragazza, dando a
vedere che non aveva la minima intenzione di continuare la conversazione.
L'automobile uscì dall'orrido e imboccò rombando il rettilineo antistante
lo stabilimento della Fonte Bracca.
"Lasciami qui", fece all'improvviso la ragazza, "sono
arrivata".
Luca accostò l'auto al marciapiedi e si fermò, ma non poté fare a meno di
manifestare la propria sorpresa: in quella zona, a parte lo stabilimento, non
c'erano costruzioni, nessuna casa d'abitazione, lui lo sapeva bene, perché ci
aveva lavorato, alla Bracca, per un paio di estati, tra un anno scolastico e
l'altro.
Nessun altro edificio, salvo il piccolo cimitero di Ambria, quasi
soffocato dall'impianto industriale.
"Ma dove abiti? Qui non ci sono case. Non è che ti sei
sbagliata?".
"Ciao, buona notte" fece la ragazza per tutta risposta,
scendendo dall'auto con un sospiro e accostando stancamente la portiera.
"Ma vai al Diavolo" mormorò tra sé Luca, ripartendo come un
razzo e dando volume al suo Clarion che lo ripagò con le superbe note del
concerto di Imola di Vasco.
Dovette ripensare a quello strano incontro la mattina del giorno dopo,
quando tirò fuori l'auto dal box per andare in paese. Notò infatti che da sotto
il sedile laterale sporgevano i manici di una piccola borsetta nera, certamente
dimenticata dalla ragazza della sera prima.
Per niente entusiasta della prospettiva di dover consegnare la borsetta
alla legittima proprietaria, cercò tra gli oggetti che vi erano contenuti i
documenti, li trovò e così poté risalire all'identità e al domicilio della
ragazza.
Ma quello che vide sulla carta di identità non mancò di sorprenderlo
un'altra volta: Cristina era nata il 10 agosto 1965, aveva quindi trentaquattro
anni e questo gli sembrava incomprensibile, dato che all'apparenza la ragazza
ne dimostrava a malapena venti.
Con fastidio ripose i documenti nella borsetta, la gettò in malo modo sul
sedile della vettura, mise in moto, uscì dal box e partì con la sua solita
irruenza, suscitando l'immancabile commento isterico della madre che dal
terrazzo aveva osservato i suoi movimenti, ma non aveva avuto il tempo di
chiedere spiegazioni e informarsi sul perché di quella improvvisa partenza, né
tanto meno di somministrare al figlio le solite, inascoltate, raccomandazioni
alla prudenza...
Pochi minuti dopo l'auto si arrestò davanti a una villetta unifamiliare
di Ambria, circondata da un bel giardino delimitato da una bassa inferriata.
Luca scese dall'auto tenendo in mano la borsetta, si diresse verso il cancello,
premette il pulsante del citofono e rimase in attesa.
Dopo un attimo si affacciò alla porta una donna di bassa statura, dalla
folta capigliatura brizzolata e dall'aria interrogativa.
"Buongiorno, signora, abita qui Cristina? Ieri sera mi ha chiesto un
passaggio e ha dimenticato la borsetta sulla mia macchina, eccola, gliel'ho
riportata".
"Arda che me gh'o miga òia de schersà! Va' a cá tò, vilàno, e laga
sta la me tusa".
Questa fu la risposta risentita e angosciata della donna che subito
rientrò in casa sbattendo la porta. Convinto di essere incappato in una famiglia di matti, ma comunque
desideroso di chiudere questa faccenda, Luca premette di nuovo e a lungo il
pulsante. Questa volta apparvero sul pianerottolo due uomini, uno magro, sulla
sessantina, certamente il marito della donna di prima, e l'altro giovane e
robusto, probabilmente il figlio. I due raggiunsero quasi correndo il cancello, l'aprirono e si avvicinarono
con fare minaccioso a Luca. "De che banda ègnela chèla bursèta? Famla 'mpó èt a mé!",
chiese bruscamente quello che sembrava il padre. Luca, alquanto preoccupato per la piega che stava prendendo quello strano
incontro, fece del suo meglio per apparire credibile e raccontò come la sera
precedente avesse dato un passaggio a una ragazza di nome Cristina,
descrivendone meticolosamente l'aspetto e l'abbigliamento e come costei si
fosse poi bruscamente congedata all'altezza del cimitero di Ambria senza dare
spiegazioni, infine mostrò la borsetta dimenticata in macchina. Io sono venuto solo per restituire la borsetta e ho dovuto aprirla per
trovare l'indirizzo di quella che penso sia vostra figlia, chiedete a lei se
non è vero. Ecco, prendete - proseguì porgendo la borsetta all'uomo più anziano
- verificate che non manchi niente". "Mi ricordo che aveva una borsetta come questa - singhiozzò la madre
che nel frattempo si era avvicinata ai tre ed era rimasta ad ascoltare in
silenzio il racconto di Luca - ma non può essere sua, comunque la ragazza non
poteva certo essere la mia Cristina". Poi prese la borsetta dalle mani del marito e cominciò a rovistarne
affannosamente il contenuto, quindi, trovata la carta d'identità, la apri con
le mani tremanti per l'emozione. Impallidì e quasi perse l'equilibrio, poi, appoggiandosi al marito,
esclamò con un filo di voce: "Madóna me, l'è pròpe lé... Arda 'n po a'
te... Com'el pusìbel se la me Cristina l'è morta quìndes àgn fa?...". E così Luca venne a sapere che la misteriosa ragazza era morta quindici
anni prima in un incidente stradale, verificatosi proprio all'uscita
dell'orrido di Bracca, mentre stava rincasando in autostop dopo una serata
trascorsa nella discoteca Snoopy di Serina. E la sua tomba era nel piccolo cimitero di Ambria davanti al quale aveva
chiesto di scendere dall'auto la sera prima.
I 13 TESCHI DI CRISTALLO
Una
presunta profezia Maya recita a grandi linee: “All’inizio della nuova era,
quando gli uomini saranno abbastanza evoluti e integri nella loro morale, i 13
Teschi di Cristallo saranno ritrovati e, una volta riuniti, trasmetteranno agli
uomini tutta la loro conoscenza”.
La data indicata dalla profezia era il 21 dicembre 2012, che coincide con
il termine del calendario a lungo computo del popolo Maya. I teschi ricavati dalla lavorazione del cristallo di quarzo vengono
ritrovati nel 19° secolo; ma attraverso esami scientifici, alcuni vengono
classificati come FALSI; solo pochi risulteranno essere autentici.
Il più famoso ed enigmatico è senza dubbio quello di
Mitchell-Hedges:
Teschio
di Mitchell-Hedges. Nel 1927, dopo molti anni di
ricerche in Belize alla ricerca di prove sull’esistenza di Atlantide, Frederick
Mitchell-Hedges trova per merito di sua figlia Anna, il primo teschio di
cristallo. È un teschio femminile di circa 5 chili creato con un unico pezzo di
quarzo e dalla precisione scioccante. Nel 1970 fu sottoposto a molti test da
esperti in cristallografia computerizzata nei laboratori della Hewlett Packard
e ne emerse che il teschio era stato scolpito seguendo l’asse principale del
cristallo con una tecnica molto avanzata e usata da moderni scultori. Questa
tecnica sfrutta l’asse di simmetria su cui sono posizionati gli atomi e abbassa
di molto la possibilità di frantumare il cristallo. Emerse inoltre che il
cristallo era completamente privo di graffi e scalfitture provocate dagli
strumenti con cui doveva essere stato scolpito. Si giunse quindi alla
convinzione che la lavorazione fosse stata fatta con punte di diamante e
polvere abrasiva di silicio. Usando però questo metodo, secondo tutti gli studi
fatti, ci sarebbero voluti circa 300 anni di lavoro 24 ore al giorno. Gli
studiosi hanno pensato che questo teschio potesse essere utilizzato durante
importanti cerimonie divinatorie per far uscire la voce di un ipotetico Dio (il
teschio ha infatti la mandibola mobile). Inoltre i suoi occhi sono dei prismi
incastonati e secondo la famosa leggenda pare che scrutandoli si possa predire
il futuro. Attualmente, con le tecniche conosciute, non è possibile riprodurre
in tempi brevi un teschio avente le stesse caratteristiche di quello in
questione (esempio la superficie perfettamente liscia). La medium Carrel Advise alla presenza del teschio di Hedges entrò in
trance e disse che questo rappresentava un magazzino di conoscenze programmato
da una razza in un passato remoto. Affermò anche cose non molto credibili per
la verità, ma contribuì a materializzare l’idea che i teschi possano
rappresentare, per alcuni, anche un sistema di informazioni canalizzate per via
telepatica, da una civiltà, extraterrestre o no, con l’intenzione di aiutare
l’umanità o incrementare il suo livello di conoscenza. Sono moltissime le
testimonianze di persone che raccontano di aver avuto visioni o strane
esperienze causate dallo stesso teschio. Anche un’altra medium, di nome Carole,
è riuscita attraverso una tecnica di canalizzazione ha ottenere informazioni
dal teschio. Oltre al Teschio di
Mitchell-Hedges sono stati ritenuti autentici, tra quelli analizzati, soltanto
altri due teschi di cristallo di rocca: quello detto di “Sha-Na-Ra”.
Teschio
di Sha-Na-Ra. Il suo nome è legato a uno sciamano
delle popolazioni locali. Fu rinvenuto dal signor Nick Nocerino, investigatore
dell'occulto, nel 1959, lungo il Rio Baltha, nel Gerraro del Messico centrale. È
notevolmente diverso dagli altri, ma le analisi lo datano attorno ai 5000 anni.
Nel 1996, l'attuale proprietario del teschio, il signor Nick Nocerino, si recò
a Londra per far esaminare l'oggetto dagli esperti del British Museum, e per un
eventuale confronto con quello da loro posseduto. In tale occasione ne vennero
esaminati 5 (tra cui anche quello dello Smithsonian Museum, di 20 kg di peso,
che avrebbe il potere di attirare i propri simili), e solo 2 risultarono
effettivamente opere originali e antiche.
Teschio
“Max” o Teschio del Texas. Altro famoso teschio è quello
noto come “Max”. Venne scoperto in Guatemala intorno al 1924-1926 (alcuni
dicono 1920), probabilmente in una tomba Maya. La leggenda che lo riguarda
racconta sia stato regalato da uno sciamano Maya a un lama tibetano per poi passare
nelle mani degli attuali proprietari Carl e JoAnn Parks. Curioso è il motivo
per cui questo teschio prende il nome di Max. Infatti pare che la signora Parks
sia riuscita ad entrare in comunicazione telepatica con il teschio il quale le
avrebbe comunicato di chiamarsi così…La datazione lo colloca attorno ai 10000
anni fa.
Teschio
di Londra (British Museum). Pervenuto al British Museum di Londra nel 1898, rinvenuto in Messico in
quell'epoca, di cristallo di rocca. È molto simile al “Teschio di
Mitchell-Hedges”, ma è meno definito di questo. La sua origine molto
probabilmente è Azteca, ma le ultime analisi effettuate non confermano la
datazione. Su di esso, come su molti altri, si narrano storie inquietanti: a
quanto pare ha terrorizzato più di una persona, alla sua sola vista; il
personale delle pulizie lo vuole coperto durante il proprio turno di lavoro,
perchè reca disagio. Nel 1950, alcune analisi portarono ad affermare che il
teschio è messicano, che risale al 1400-1500 d.C. e che il materiale è quarzo
brasiliano. Ma dopo nuove ed accurate analisi effettuate recentemente sul
teschio di cristallo esposto ne è stata riscontrata la “non autenticità”. Il
particolare che ha fatto crollare le certezze sul teschio del British Museum,
mettendo gli esperti di fronte ad un falso molto ben realizzato, consiste nel
tipo di lavorazione con cui è stato realizzato lo stesso teschio. Analizzando
accuratamente la superficie di quest’ultimo si denota che il teschio fu
tagliato e levigato con una sorta di ruota molto conosciuta ed utilizzata dalle
gioiellerie d’Europa nel XIX secolo, ma assolutamente sconosciuta nell’America
pre-colombiana da cui proverrebbe il teschio di cristallo. Gli studiosi che lo
hanno minuziosamente analizzato sono quasi sicuri che il cristallo, da cui fu
realizzato il teschio, provenga da un tipo di roccia presente in Brasile.
Roccia che fu tagliata da un gioielliere ed inviata in Europa, probabilmente in
Germania, dove fu successivamente venduta a dei collezionisti spacciandola per
reliquia autentica della civiltà Azteca del Messico. Lan Freestone, professore
dell’Università di Galles a Cardiff nonché capo della ricerca scientifica al
British Museum Londinese, ha dichiarato che sicuramente il teschio non è un
autentico oggetto azteco poiché gli autentici cristalli di rocce azteche
presentano un grado di levigatezza molto più dolce di quella del teschio che,
invece, ha un aspetto più ruvido che può essere ottenuto soltanto con
l’utilizzo delle moderne attrezzature. Inoltre si scoprì, dopo un attento
lavoro da parte dell’archivista Jane Walsh dello Smithsonian Institution di
Washington, che a suo tempo il teschio fu venduto al British Museum dal
gioielliere newyorchese Tiffany nel 1897 il quale, a sua volta, lo aveva
acquistato precedentemente dal cittadino francese Eugene Boban. Si seppe,
inoltre, che nello stesso periodo Boban vendette un teschio simile anche ad un
altro collezionista che lo donò successivamente al Musèe de l’Homme di Parigi,
dove si trova esposto attualmente. Tutto questo non fa altro che evidenziare
sempre più la certezza che il teschio del British Museum sia indubbiamente un
falso, anche se di ottima realizzazione.
Teschio
di Parigi (Trocadero Museum). Fu il primo a essere scoperto
alla fine dell'’800 in Messico. Dalle analisi eseguite si pensa sia stato
lavorato con tecniche molto primitive. Ciò nonostante, il risultato è molto
realistico. Custodito nel Museo Trocadero, è citato da G.F. Kunts nel suo libro
"Gemme e pietre preziose del Nord America"; proporzionato ma di
fattura rudimentale, datato all'incirca intorno al XV secolo, attribuito al
popolo Azteco come la riproduzione del Dio della Morte. È caratterizzato da un
solco sulla fronte, che pare sia stato scavato per apporvi una croce. Teschio Templare. Custodito da una società segreta in Francia, visto da N. Nocerino, in
quarzo ialino, con caratteristiche e dimensioni simili al Maya.
Teschio San Josè. Scoperto in una tomba in Messico nel IX o X sec, di ametista.
Teschio
Maya. Scoperto in Guatemala nel 1912,
di quarzo ialino opaco, ha profonde infossature circolari sulle tempie. Teschio
Ametista o “Ami” Simile per storia, forme e caratteristiche al Maya, scoperto
nel 1915 in un sito di reliquie Maya in Messico, è ricavato da un blocco di
ametista.
Teschio "Windsong"Acquistato
da Floyd Petri in un negozio di cristalli a Austin nel 1993, pare realizzato da
un artigiano cieco brasiliano nell'800, sembra avere una entità chiamata
Windsong che lavora attraverso di esso, molti hanno avuto esperienze
particolari in sua presenza. Teschio Las
Vegas 1Ritrovato col Las Vegas 2 in una
città maya nel 1942 da un messicano, leggermente più piccoli di un teschio
umano, di ialino, con fronte trasparente, retro opaco, l'unico finora ritrovato
che riporta incisioni di simboli Maya.
Teschio
Las Vegas 2. Ritrovato col Las Vegas 1,
simile, ma di ametista e senza incisioni.
Teschio
Smithsonian. Conservato presso il museo a
Washington, dal peso di circa 20 kg., alto e largo 13 cm e lungo 18. Dalle
analisi effettuate su di esso non sembrerebbe autentico.
Teschio
Quarzo Rosa. Custodito da una tribù tra
Guatemala e Hunduras. Rinvenuto ai confini del Guatemala, è quello più simile
al Mitchell-Hedges, pur realizzato in blocco di quarzo rosa poco limpido e con
dimensioni leggermente maggiori, presenta lo stesso elevatissimo livello di
manifattura, e la stessa mandibola rimovibile.
Teschio
"ET". Scoperto nel 1912 in Belize, in
quarzo affumicato, ha la stessa dimensione del Mitchell-Hedges e la forma della
mandibola appuntita. ll suo nome deriva dalla sua conformazione: cranio a punta
e mascella esagerata ricordano il teschio di un alieno.
Teschio
Perù 1. Il governo del Perù si dichiara
in possesso di un teschio di quarzo ialino con mandibola mobile, ma non vi è
conferma.
Teschio
Perù-Blu. Si tratta di un teschio di
quarzo, pare in possesso di una tribù del nord del Perù, con un colorazione blu
sulla sommità del capo e negli occhi, pare simile a ET, con mandibola
appuntita.
Teschio
"The Presence". Ritrovato in Perù, comparato da
un archeologo a Sedona (Arizona), attualmente nelle mani di Arsenia Pitts
dall'ottobre 1993, di quarzo ialino. .
Teschio
Rainbow o teschio arcobaleno. Ritrovato
con Sha-Na-Ra, è di proprietà di DaEl Walker, di quarzo ialino, pesa circa 4
kg, è così chiamato perché l'arcobaleno di colori pare danzare nel teschio
quando esposto alla luce naturale.(dal
blog Kuzcotopia)
L’ULTIMA NOTTE DEL PRINCIPE DI SANSEVERO![]() |
Copertina libro |
due volte. Il mistero della sua morte, e la leggenda, in un’ipotesi inquietante e sconcertante allo stesso tempo
E’ la notte del 22
marzo 1771, la notte in cui il più grande studioso, filosofo e alchimista di
Napoli morrà. Raimondo de Sangro, il Principe di Sansevero, è chino sul suo
tavolo da lavoro, ingombro, fra alambicchi, ampolle ed un calice. Alle sue spalle, un’ombra,
il profilo di Giuseppe Sanmartino, l’uomo che scolpì il Cristo Velato. E’ la
notte del 22 marzo 1771, la notte delle rivelazioni, dei segreti. Il Principe di Sansevero e Giuseppe Sanmartino
si conobbero ad una festa di corte, alla fine del 1752. Quando il Principe lo
incontrò per la prima volta, lo scultore era pressoché sconosciuto. Secondo quanto riporta uno dei suoi maggiori
biografi, Elio Catello, il Sanmartino, fino a quel momento, aveva realizzato
una sola commessa per la città di Monopoli. L’incontro con Raimondo de Sangro
segna dunque una svolta nella vita del giovane.Naturalmente sono ancora oscuri i motivi per i
quali il Principe decide di affidare il Cristo Velato ad un artista così
sconosciuto. All’opera, o meglio al progetto dell’opera, aveva lavorato il
Corradini e tutta la “scuola” di scultori che ruotava intorno alla cappella e
al Principe. Con un colpo a sorpresa, però, don Raimondo decise di affidare il
lavoro proprio a Sanmartino, che nel 1753 aveva solo trentatrè anni.E’ storicamente accertato anche il documento
notarile con il quale Sansevero “incastra” Sanmartino. Nulla, invece, si
conosce riguardo al motivo per cui lo scultore decise di abbandonare il
Principe subito dopo la realizzazione del Cristo Velato. Solo alcune leggende
indicano una serie d'incontri misteriosi tra i due uomini. Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero morì
il 22 marzo 1771, di morte naturale. La leggenda della morte e della
risurrezione è citata in diverse versioni dai maggiori scrittori dell’Ottocento.
Una delle versioni vuole che il Principe affascinato dall’alchimia, si fosse
convito di aver trovato il modo di diventare immortale grazie ad alcuni elisir
dalla ricetta segreta.La pozione provata su se stesso, con l’aiuto di
un misterioso servitore, lo avrebbe inesorabilmente ucciso. Sanmartino, invece,
morì nel 1793 e la leggenda vuole che lo scultore fu prima accecato (proprio
dal Sansevero), poi ucciso in circostanze misteriose.Il documento che, invece, attesta
la sua morte “naturale” è conservato nel libro dei defunti della Parrocchia di
Santa Maria dell’ avvocata a Napoli. ("Il ritorno del principe di Sansevero" - di A.Ghedina - edizioni Gallina)
IL CRISTO VELATO DI SAMMARTINO
(Cappella Sansevero a Napoli)
La fama di
alchimista e audace sperimentatore di Raimondo di Sangro ha fatto fiorire sul
suo conto numerose leggende. Una di queste riguarda proprio il velo del Cristo di
Sanmartino: da oltre duecentocinquant’anni, infatti, viaggiatori, turisti e
perfino alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di
“marmorizzazione” compiuto dal principe di Sansevero.In realtà, il Cristo velato è un’opera interamente in marmo,
ricavata da un unico blocco di pietra, come si può constatare da
un’osservazione scrupolosa e come attestano vari documenti coevi alla
realizzazione della statua. Ricordiamo tra questi un documento conservato
presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, che riporta un acconto di
cinquanta ducati a favore di Giuseppe Sanmartino firmato da Raimondo di Sangro
(il costo complessivo della statua ammonterà alla ragguardevole somma di cinquecento
ducati). Nel documento, datato 16 dicembre 1752, il principe scrive
esplicitamente: “E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al
Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo…”.
Anche nelle lettere spedite al fisico Jean-Antoine Nollet e all’accademico
della Crusca Giovanni Giraldi, il principe descrive il sudario trasparente come “realizzato
dallo stesso blocco della statua”. Lo stesso Giangiuseppe Origlia, il
principale biografo settecentesco del di Sangro, specifica che il Cristo
è “tutto ricoverto d’un lenzuolo di velo
trasparente dello stesso marmo”. Il Cristo
velato è, dunque, una perla dell’arte barocca che dobbiamo esclusivamente
all’ispiratissimo scalpello di Sanmartino
e alla fiducia accordatagli dal suo committente. Il fatto che l’opera sia stata
realizzata da un unico blocco di marmo, senza l’aiuto di alcuna escogitazione
alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora maggiore. La leggenda
del velo, però, è dura a morire. L’alone di mistero che avvolge il principe di
Sansevero e la “liquida” trasparenza del sudario continuano ad alimentarla.
D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro – in questa come in altre
occasioni – suscitare meraviglia:
non a caso fu egli stesso a constatare che quel velo marmoreo era tanto
impalpabile e “fatto con tanta arte da
lasciare stupiti i più abili osservatori”. (http://www.museosansevero.it)
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